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Due generazioni di giovani studenti a confronto in Città di Castello.


Nella vita di ogni persona, dall’istituzione della scuola pubblica ad oggi, assume una grande valenza il periodo trascorso tra i banchi.
E’ quello, di fatto, il momento nel quale si ha modo di fare amicizia con più facilità e tempo a disposizione. Non sempre le amicizie che si fanno a scuola durano ma talvolta si prolungano a tutta la vita.
Anche quando i fili sono recisi dal tempo e dagli impegni, i contatti rimangono e una rimpatriata assume il valore nostalgico e piacevole del ritorno al passato specialmente se il periodo trascorso è notevole: per esempio 20 anni. I diplomandi di due decenni fa sono gli uomini e le donne di oggi intenti negli impegni familiari o assorbiti dalla carriera lavorativa.
Se c’è qualcuno che si prende la briga di organizzare una cena di classe, dopo così tanto tempo, per qualche ora si può arrestare la frenetica routine e ricordare tutto quello che eravamo nella spensieratezza che i volti non dimostrano più ma che l’animo non ha dimenticato ancora.
La classe del 70 è quella della fine “boom” demografico, nella quale le scuole non avevano l’esigenza di trovare qualche iscritto ma semmai di “posizionarlo”.
Anni nei quali la scuola poteva investire e tirava fuori dai suoi banchi bravi ragazzi con la volontà di fare e un buon rispetto dell’insegnamento, specie quando era fatto da bravi professori.
In una sorta di spaccato della società come fare un confronto generazionale con quelli che oggi vivono lo stesso ruolo?
Sappiamo oramai che quei non più giovani “bravi ragazzi” hanno stretto i denti e trovato, facilitati dal periodo storico, una loro destinazione lavorativa a meno di pochi casi. Non mancano tra loro delle eccellenze che sono i professionisti di oggi anche senza andare all’università, perchè ancora non era così semplice prendere quella strada al di là del merito.
Nel frattempo la società si è arricchita ma alle nuove generazioni ha dato più poteri ma possibilità solo apparentemente superiori. I diplomati di oggi infatti hanno in larga parte l’occasione di andare all’università ma in quale contesto?
Provenendo da una scuola con meno risorse e che è decaduta nella qualità e nel rispetto del ruolo insegnante-allievo. C’era una volta la volontà di trasmettere ai ragazzi un mestiere o qualcosa che realmente potessero usare per vivere ed ora invece quella di formarli teorico-socialmente più che professionalmente.
Apparentemente questo riesce, i ragazzi sono molto più sociali di 20 anni fa a tal punto che si buttano tutti assieme su facebook o passano intere giornate a chattare su messenger.
Sono bravi nel dialogo e capaci di trasmettersi messaggi spesso in linguaggi incomprensibili: basta vedere qualche blog per capire.
Tutto questo però è in contrasto con fenomeni che erano sconosciuti per i ragazzi di una volta. La mancanza di rispetto per gli altri e per il docente per esempio, le persone sono tutte uguali: insegnati, bidelli, anziani, bambini e adulti. Un dialogo serve per comunicare rispettosamente con tutti loro e non è socialmente corretto snobbare anziani e bambini, irridere e contrastare insegnanti e sopraffare quelli di un altro “gruppo”.
La sensazione è che molti vivano in comparti stagni, magari costituiti da tanti individui e quindi apparentemente aperti a tutti ma di fatto chiusi in una logica auto-costruita.
E’ probabilmente questo il motivo della grande “strafottenza” e superficialità che oggi accomuna molti giovani. La mancanza di quel piglio decisionale e quella volontà che ci permetteva di ottenere certi obiettivi: oggi ogni professore o quasi dice che i ragazzi di 20 anni fa riuscivano ad ottenere risultati molto superiori e loro insegnavano più volentieri.
Probabilmente questa è una colpa dell’ultima generazione di genitori che in parte siamo noi stessi, che ha dovuto delegare ad altri la crescita dei propri figli e per compensare questo li ha forniti di tutte le possibilità e le coperture da responsabilità, senza accorgersi di costruire sempre meno ragazzi maturi.
Questo è confermato da una inadeguatezza dilagante per il mondo lavorativo, la volontà unica di trovare un posto tranquillo dove ci sia poca responsabilità ed un buon stipendio fisso.
Venti anni fa la vita era basata sul lavoro e non sullo stipendio, anche perchè se prima si lavora bene: poi lo stipendio arriva di sicuro (viceversa se prima si prende lo stipendio il lavoro si può anche perderlo). Questa è la logica dell’impresa che è scomparsa quasi completamente e chissa se non sia uno dei motivi che oggi provoca uno dei più grandi collassi economici, sia chiaro non tanto per colpa dei giovani ma perchè la società li ha condotti a questo.
Li ha condotti ad un punto in cui si sentono impotenti di costruirsi il proprio futuro.
Noi che oggi ci divertiamo in una bella cena di classe, tra ricordi, scherzi e foto di come eravamo siamo più dei due terzi all’appello: chissà se avremo figli che faranno la stessa cosa e con la nostra stessa relativa tranquillità.

1 commento a “Due generazioni di giovani studenti a confronto in Città di Castello.”

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  1. eleonora ercoli il 08 apr 2009 alle 21:28 ha detto:

    Grazie Simone per l’analisi sociale fatta. i tuoi commenti descrivono puntualmente i nuovi adolescenti. ragazzi “sperduti”, pigri e con poco spirito di sacrificio. ma noi com’eravamo? la “mitica” leva del 70, oggi è formata da giovani-adulti abbastanza soddisfatti perchè chi più chi meno ha reliazzato i propri sogni. ma noi avevamo delle prospettive. la cena fatta dopo 20 anni dal diploma mi ha costretto a riflettere su com’ero io. confusa, insicura, insomma probabilmente molto simile ai giovani attuali. la differenza probabilmente sta in ciò che la società mi offriva. se ti capita di lavorare con i ragazzi rispettali e ascoltali, hanno tanto bisogno di sentirsi importanti per qualcuno! per quanto riguarda i “mitici” della 5 A, siamo cresciuti ma ho ritrovato in ognuno di loro l’”essenza” di ciò che è stato, e quindi di ciò che è. un ippippurrà!!!!

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